Melting pot 
   di Maurizio Sciaccaluga 
        
   Giuseppe Rado
   propone una fotografia in fondo decisamente classica,
   giocata, come nel caso di molti maestri e
   molta pubblicità contemporanea, sulla messa a fuoco
   del soggetto con relativa sfocatura dello sfondo,
   orchestrata attraverso l’indagine dello sguardo e
   del fascino femminili, scandita dal protagonismo della posa e
   dell’espressione (spesso volutamente e
   ricercatamente assente o assorta) del soggetto o
   dei soggetti ritratti. L’artista però, rispetto ai canoni del genere,
   mette in scena una sorta di melting pot tra fotografia,
   ovviamente, e letteratura, storia dell’arte, cinema, fumetto, 
    illustrazione. Rivisita cioè la tecnica e l’approccio fotografici
    alla luce dell’immaginario di altre arti,facendo proprie
    del mezzo meccanico, ed è qui l’intuizione,
    visto che Rado non dichiara le sue  fonti,
    non mostra le parentele e riporta ogni forzatura nell’alveo
    della tradizione dello scatto, certe caratteristiche
    tipiche dell’impostazione letteraria,
    della visionarietà fumettistica, dell’inquadratura e
    dell’immaginazione cinematografica. Da una parte ci sono,
    come da  copione, il fotografo e la modella (o, di rado,
    le modelle), intenti a creare un rapporto a due che si 
    rende evidente, infine, nella sensualità della posa, 
    nella monumentalità del corpo e del carattere,
    nella complicità delle situazioni; dall’altra si trovano, 
    invece, citazioni a go-go che spezzano la magia
    del set fotografico e proiettano le situazioni su una 
    serie di palcoscenici sempre moltiplicati e sempre 
    subito sfuggenti. Se l’impostazione è alla Hamilton o 
    alla Newton, tanto per intenderci e fatte salve
    le debite proporzioni, i risultati sfociano un attimo
    nel manga, poi nel film di fantascienza anni Cinquanta, 
    ancora nella serie televisiva alla Lynch, infine
    nelle parole di solitudine o ripetitività ossessiva
    di un Carver (Vuoi star zitta, per favore?) o
    un Vonnegut (Piano meccanico). 
    Rado pensa sempre alla donna ideale, è lei che cerca 
    nei suoi scatti fintamente sognanti. Nonostante 
    l’immaginario manga e le ambientazioni flou,
    gli orientalismi e le pose teatrali, i costumi improbabilie
    gli sguardi persi nel vuoto, il suo lavoro consiste nel cercare,
    individuare, catalogare, assemblare e infine far convivere
    nel medesimo personaggio, spesso inventato,
    di recente vivo e vegeto ma talmente idealizzato
    da essere ritratto come visione,  tutti i pezzi diversi
    della donna perfetta, quella che possa incarnare
    sia il desiderio che la quotidianità,
    sia la malia che la normalità, sia la magia che la realtà. 
    Man mano che la sua ricerca procede, man mano che
    le mostre aumentano e gli scatti si moltiplicano,
    come pure le suggestioni portate da occasioni
    e temi diversi, l’artista rintraccia e rimonta
    tutti gli scampoli della figura e del carattere,
    cosicché ogni  frammento va una buona volta al posto giusto,
    e l’immaginazione finalmente prende forma. 
    All’inizio erano stati gli occhi brillanti dei fumetti giapponesi,
    con quelle luci riflesse piene di vita e  di passione, 
    con quel tocco un po’ malinconico di chi  vorrebbe
    assaporare la vita ancora un po’ di più rispetto a quanto
    gli è toccato in sorte, a conquistare l’artista e il suo lavoro,
    successivamente l’attenzione s’era spostata sulle posture,
    sulle riflessioni, sugli atteggiamenti, distaccati ma mai alteri,
    lontani ma mai irraggiungibili, angelici ma mai eterei di Shanty e
    Kaori, moderne rivisitazioni da terzo millennio
    della Madama Butterfly e della Liù di Turandot.
    Studiati, visitati, rivisitati e alla  fine fusi insieme,
    gli aspetti più caratterizzanti e vitali sia delle neoeroine
    in carne e ossa stile fumetto made in Japan sia degli scatti
    dedicati alle due figure femminili neopucciniane erano poi finiti 
    nel video che vedeva attrice la stessa Kaori, e che andava
    ad aggiungere un tocco glamour e cyber alla  creatività di Rado.
    Le ultime serie completano l’opera, concludono la sagomatura
    dei personaggi e, visto che l’identità è andata oramai quasi
    a completarsi, iniziano a suggerire e ambientare vicende,
    passioni e affetti. Con il miniciclo cominciato nei locali genovesi
    del C-dream,  le cui plastiche paradossali e inaspettate
    hanno imboccato gli spettatori per un carattere alla Barbarella,
    congli scatti inseriti nel paesaggio e nel verde, i cui abiti
    ed elementi dissonanti stanno dando idea di una storia (rovesciata)
    alla L’ultimo uomo sulla terra, e con la serie dedicata
    alla coppia di dormienti, un po’ David Hamilton po’ Visitors
    (anche se con accezione decisamente molto più dolce),
    l’autore arriva a dare, finalmente, una dimensione totale e 
    completa alla sua operazione frankensteiniana: ora ci sono uno o
    più personaggi costruiti assorbendo da suggestioni diverse e
    lontane, c’è il fascino di un Oriente sconosciuto e misterioso,
    ci sono le notti e  il sonno, c’è il risveglio, c’è il giorno e
    c’è una natura incontaminata. Non manca niente affinché le 
    creature abbiano finalmente vita, e poco importa, anzi
    importa tantissimo e in senso positivo, che esse siano, invece che 
    paurose e aggressive, leggiadre, gentili, di bell’aspetto.
    Anche in questo caso Rado ha rivoluzionato la trama,
    fondendo la storia eterna e leggendaria del Golem, e dunque,
    di Frankenstein, del Robot, di Hal 9000, con qualche tocco
    preso dalla pubblicità e dall’immaginario della moda. 
    Senza darlo a vedere, la ricerca di Rado ha i modi e  lo stile
    dello zapping televisivo, di quel fai-da-te che caratterizza oggi
    immagini e palinsesti  televisivi. Anche l’artista s’è costruito il suo 
    programma prendendo da dove meglio ha creduto e potut e, 
    di volta in volta, costruisce e assembla la storia e il finale
    che più gli aggrada. In fondo, come in quegli spezzoni interrotti 
    lasciati sospesi dal correre frenetico del telecomando
    da un programma all’altro, nelle foto dell’artista manca un prima e 
    manca un dopo, e questo prima e questo dopo, oltre che 
    dalla fantasia degli spettatori, possono essere dati soltanto 
    dalle altre immagini firmate e presentate dall’autore,
    sono rappresentati dagli antecedenti e dagli sviluppi della ricerca. 
    Storie e vicende sincopate dunque, certo, trame a singhiozzo e 
    surreali, ancor più certo, ma anche una libertà estrema
    nel dar sfogo all’immaginazione, nel cercare il sonno più sonno,
    lo sguardo più sguardo, l’eccezionalità più eccezionale.
    L’assoluto della forma, anzi, della donna.