Slittamenti
Di Carmen Lorenzetti
L’opera di Giuseppe Rado
Il brindisino Giuseppe Rado, classe 1970,
che ora vive a Bologna, si diletta seriamente con l’arte,
soprattutto attraverso la fotografia digitale e
dei corti dall’andamento narrativo con atmosfere un po’
noir. Piccoli crimini senza importanza, che reggono
sul filo più del non-sense e dell’assurdo quotidiano,
che di un affondo completo in un plot verosimile,
risentono comunque della produzione narrativa bolognese,
che da Lucarelli e Foschi a Bernardi ai più giovani Barocci e
Bortolotti, per citarne solo alcuni, ha fatto del noir
un cavallo di battaglia.
Fari d’automobili tagliano la notte dove si consumano
i delitti e dove i misteri si fanno più fitti, mentre
gli interminabili portici della città emiliana,
incunaboli di oscurità, accompagnano costantemente
i pensieri dei personaggi. Nel 2001 ha ricevuto
il premio della critica all’Alternative Film Festival
di Picciano (Pescara) per il corto Tragos,
nel 2004 è stato coautore del corto +Pry-Vacy.
Il 2005 è stato per l’artista un anno piuttosto importante:
ha vinto la targa d’oro del Premio Arte2005, Mondadori ed
è stato attivo con mostre a Roma, Parigi e
in altre città italiane. Ha aperto l’anno
con una mostra curata da me a Bologna da Zanarini,
una delle dieci personali che ho dedicato
al “Viaggio all’interno della rappresentazione”, e
sono in programma altre uscite. Cosa catturi l’attenzione
dello spettatore quando guarda le foto digitali di Rado a
pensarci un po’ sopra è proprio una certa aria di suspence,
che pervade l’immagine.
Gli ingredienti principali ci sono tutti. In primis la
misteriosa oscurità del fondo, da cui sembrano “aggallare”
i visi, come nei ritratti seicenteschi, dove parte del dipinto
rimane in ombra e ne è agglutinato. E poi naturalmente
la natura mutante delle giovanissime fanciulle,
rigorosamente orientali, doverosamente indifese e
altresì insidiabili, delicatamente provocanti.
Il primo piano è talmente ravvicinato da deformare
ulteriormente gli occhi allargandoli fino a portarli
alla dimensione della tradizione dei manga giapponesi.
Sono creature post-umane, prive di qualsiasi imperfezione
che alteri l’essenza diafana dell’epidermide,
senza cicatrici che parlino dell’erosione vitale dei corpi,
avulse dagli attributi necessari alla procreazione o
semplicemente all’allattamento.
Vivono in un limbo rarefatto e sospeso, e paiono ancora
più virtuali delle anime, le loro matrici nipponiche.
Certo ripropongono l’enigma del desiderio, di qui il
loro fascino, attraverso un nuovo canone di bellezza
inalatore d’inquietudine, frullato dell’immaginario globale e
collettivo. Le “bambole-bambine/i” si clonano, come in
Aisome e diventano infinitamente riproducibili.
Sono gli scenari della fantascienza, che si appaiano
ai raggiungimenti e alle mistificazioni della scienza odierna.
Ormai distaccate anche dall’uso del travestimento
attraverso il ripescaggio dai modelli dell’arte antica
propri dell’arte contemporanea, si pensi almeno alle
foto di Cindy Sherman, che “performava” la nordica
Madonna del latte di Fouquet ecc., certi novelli
rivestimenti della nuova serie di Giuseppe, sono
pretesti, dati, che ormai assimilato il modulo della
citazione, non usa più né corpi fisici, né bambole, né
mannequines, né iconografie storicamente
contestualizzate, ma di tutto un po’ forse,
oltrepassando qualsiasi barriera o confine tra
naturale e artificiale, tra presente e passato,
creando nel vero senso della parola delle figure
altre, incontestabilmente ibride ed essenzialmente
atemporali.